Collezione D'Arte

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Pietro degli Ingannati

Sagra Conversazione

olio su tavola, cm 75x107,5

La collezione di opere d'arte della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno, composta da dipinti, sculture ed opere grafiche, costituisce un importante patrimonio culturale della città. Riproduce uno specchio fedele delle complesse vicende delle arti figurative che hanno interessato Livorno, soprattutto nel periodo compreso tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, e in alcuni settori, in particolare quelli riconducibili al movimento divisionista, la raccolta include opere di significativa importanza anche sul piano nazionale. E' una collezione numericamente molto cospicua (comprende alcune migliaia di opere) e di grande pregio che si arricchisce continuamente grazie alle donazioni e ai nuovi, mirati, acquisti. Presto la raccolta troverà una sua sistemazione definitiva nel moderno spazio espositivo che verrà allestito nei locali della Fondazione, appositamente ristrutturati per dotare la città di un nuovo museo da mettere a disposizione della collettività con visite guidate. Attualmente le opere sono in fase di riordino e, per alcune, è stato necessario un intervento di restauro. Come per esempio per il dipinto veneto, risalente ai primi del Cinquecento, pervenuto alla Fondazione circa 40 anni fa e proveniente da una collezione milanese. Si tratta di un olio su tavola, cm 75x 107,5, che riproduce un'immagine sacra, una Sacra Conversazione, riconducibile alla scuola di Giovanni Bellini e probabilmente al suo allievo e collaboratore Pietro degli Ingannati. Come in tutte le sacre conversazioni dipinte dal maestro, la composizione è simmetrica, la luce cade di lato e la profondità è suggerita dalle posizioni in tralice delle due sante che, insieme ai due santi posizionati su un piano più avanzato, creano due ali diagonali rispetto alla figura centrale di Gesù. Più o meno può essere fatto risalire agli anni intorno al 1510, ultimo periodo della vita e delle opere del grande patriarca della pittura veneta Giovanni Bellini. Proprio durante il restauro è stata confermata la buona fattura di questo dipinto di cui, come succede spesso nella moltitudine di piccole collezioni disseminate nel nostro Paese, si erano perse le tracce.

Allievi della scuola di Giovanni Fattori

Guglielmo Micheli

Stradina (1893)

olio su tavoletta, cm 31x18,2

La gran parte di opere d'arte della Fondazione si concentra sulla produzione dell'Otto-Novecento, degli allievi della scuola del livornese Giovanni Fattori. Risale al 1893 la tavoletta con cui il suo discepolo prediletto Guglielmo Micheli, altro pittore livornese, riflette sul modello pittorico proposto dal maestro, presso il quale ha da poco concluso il noviziato, e già viene distratto dall'impressionismo. Nella scuola che Micheli sta per aprire a Livorno, l'esempio di Fattori resterà fondamentale, ma sarà la semplificazione della forma, risolta nel rapporto spazio-colore, a ispirare il suo modello figurativo. Micheli e la sua scuola sono ben rappresentati nella collezione della Fondazione, con i dipinti di Llewelyn Lloyd, Amedeo Modigliani, Gino Romiti, Oscar Ghiglia.

I Tommasi

Adolfo Tommasi

Ponte sul Rio Maggiore (1882)

olio su tela, cm 37x53,25

Largo spazio hanno anche ai pittori macchiaioli della seconda generazione. I Tommasi, Adolfo con i cugini Angiolo e Lodovico e il figlio Gino, sono presenti con una ventina di opere. Di Adolfo Tommasi un olio su tela del 1882 che ha fatto discutere i critici nella ricerca del titolo autentico. Ponte sul Rio Maggiore, sembrerebbe quello giusto. Ritrae un fanciullo nudo, seduto a giocare con i sassi a pelo d'acqua nel ruscello che sfocia all'Ardenza. Viene sorpreso in posa classica sotto un ponte, assorto e sospeso tra il realistico refrigerio del bagno e la ludica fantasia del passatempo. Un'immagine di vita quotidiana fedele alla trascrizione oggettiva del vero tipica dei macchiaioli della seconda generazione, arricchita di dettagli, con i vestiti abbandonati sull'alveo asciutto, gli steccati ben delineati sulla scarpata in cima all'argine e, sullo sfondo, le colline livornesi fedelmente disegnate. Ma anche un'immagine intrisa di spiritualità e sentimento che rimbalzano e si esaltano, insieme alla luce, sugli anelli concentrici della pozza solitaria.

Il Gruppo Labronico in ricordo di Mario Puccini

Mario Puccini

Ritratto femminile (1890)

olio su tela, cm 50x26

Il Ritratto femminile di Mario Puccini è del 1890, appartiene quindi alla pittura del primo periodo dell'artista, quando, frequentata la scuola di Fattori e l'Accademia di Belle Arti di Firenze - aveva 21 anni- una delusione amorosa lo spinge sull'orlo della follia. Internato all'ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena, dal 1893 al 1898, Puccini cerca di superare il dramma. Si adatta a fare il cameriere nella trattoria del padre poi riprende a dipingere, frequenta Oscar Ghiglia e la casa di Gustavo Sforni - figura determinante per la fortuna critica e di mercato di Giovanni Fattori, ma anche uno dei primi collezionisti di Paul Cézanne - dove può ammirare, insieme ai più innovativi pittori labronici (Fattori, Ghiglia, Llewelyn Lloyd) e alle altre ricerche francesi (Vincent Van Gogh, Edgar Degas, Maurice Utrillo, Medardo Rosso), le opere del pittore provenzale e il percorso verso nuove sperimentazioni formali che anche Puccini abbraccerà, nel secondo periodo della sua produzione artistica, con la violenza espressiva del colore tipica dei fauves. Mario Puccini, da molti considerato il maggiore tra i post-macchiaioli, ha comunque avuto un ruolo di rilievo nella pittura livornese dei primi venti anni del secolo (muore a 51 anni nel 1920) tanto che nel suo nome e per far tumulare la sua salma nel famedio di Montenero, circa un mese dopo la sua morte, viene fondato, nello studio del pittore livornese Romiti, il Gruppo Labronico.

Gino Romiti e il Caffè Bardi

Gino Romiti

Tramonto (1920)

olio su tela, cm 97x111,5

Ed è proprio di quell'anno il Tramonto con cui Gino Romiti - presente nella collezione della Fondazione con 14 opere - ormai raggiunta la maturità figurativa si lascia trasportare dall'emozione trasmessa dalla natura, condividendo gli echi della passione divisionista, rinvigorita dalle esperienze più attuali (con cui si confronta alla I Mostra della Secessione a Roma nel 1913, alla quale partecipa) e dall'interesse per le teorie simboliste riproposte da Charles Doudelet ai pittori che come lui frequentano il Caffè Bardi.

Giovanni Lomi, pennellate di memoria

Giovanni Lomi

Vecchie cantine (1938)

olio su tela incollata su compensato, cm 49,5x69,8

Ancora Livorno e un livornese. Giovanni Lomi con un dipinto che rende al meglio la maturità del suo percorso figurativo. Vecchie cantine, del 1938 propone uno spaccato di vita quotidiana del tipico ambiente popolare dei pescatori animato dall'andirivieni delle barche e dal lavoro dei calafati. Memorie e tenerezze di una vita semplice e pacata, transitate nel verismo della pittura del primo periodo dell'artista e restituite dalle brevi e luminose pennellate di stampo divisionista.

Renato Natali, il più "livornese"

Renato Natali

Livorno scomparsa (Serenata) (c. 1920)

olio su tela, cm 113,5x198,5

Renato Natali è forse il pittore più tipico e amato, ma anche controverso, della pittura livornese. Delle 12 opere dell'artista presenti in Fondazione, Livorno scomparsa o Serenata una grande tela di quasi 2 m di larghezza, è forse quella più significativa, che maggiormente interpreta la sua inclinazione, mai venuta meno, per la Livorno vernacolare, fatta di risse e serenate, di popolane e marinai, di notturni urbani e vicoli decadenti. La Livorno scomparsa, appunto, alla quale rimase sempre legato, lui, spirito libero, senza allievi né maestri, senza mecenati e etichette stilistiche. Pare che della sua città si fosse innamorato mentre era a Parigi, nei due anni in cui vi si trasferì, dal 1912 al 1914. Natali rivede Livorno nelle prosperose ballerine di Toulouse Lautrec, nei colori e nei frastuoni notturni della città tentacolare, e se la riporta indietro, arricchita dei colori e della vivacità che ritroviamo nei dipinti della maturità, come questo.

Benvenuto Benvenuti e Vittore Grubcy De Dragon
Il divisionismo protagonista della raccolta

Benvenuto Benvenuti

Autoritratto (1913)

matita su carta, cm 99x68

Con Benvenuto Benvenuti continua la tradizione macchiaiola su cui si innestano gli accenti lirici-crepuscolari della lezione dell'amato maestro Vittore Grubicy De Dragon, grazie alla cui influenza e frequentazione, l'artista livornese acquisterà un ruolo di primo piano all'interno del Divisionismo italiano. Benvenuti e Grubicy sono presenti nella collezione con un corpus molto ricco di opere. Il nucleo più importante è frutto della donazione pervenuta alla Fondazione nel 2001. Protagonista del grande atto di generosità fu il dott. Ettore Benvenuti, figlio ed ultimo erede del pittore, che, resistendo alle pressioni di mercanti e collezionisti, con un atto clamoroso decise di cedere 30 dipinti e 80 disegni di Grubicy per far conoscere alla città e agli studiosi l'artista, il gallerista, il mercante, il critico d'arte e il mecenate che aveva accompagnato il percorso artistico e intellettuale di suo padre. Dal 2001 ad oggi molte altre opere di Benvenuti e Grubicy sono entrate a far parte della raccolta della Fondazione che ha ormai assunto una valenza di dimensione internazionale per gli studiosi dell'arte degli inizi del Novecento e in particolare per la storia del divisionismo italiano.

Benvenuto Benvenuti

Luogo dove riposa Segantini (c. 1940)

olio su cartone, cm 63x100

Il cimitero che accoglie la salma del pittore Giovanni Segantini, nello scenario maestoso delle Alpi, è un luogo topico della cultura figurativa decadente ed anche della pittura di paesaggio di Benvenuto Benvenuti. Per lui, per la sua vita e per la sua arte, l'episodio della morte del pittore divisionista rappresenta un passaggio fondamentale. E'il1899 e Benvenuti rimane fortemente suggestionato dalla commemorazione apparsa sulle colonne del "Marzocco" e firmata da Grubicy che del talento di Segantini, morto a soli 41 anni di peritonite, era stato convinto sostenitore e promotore. Benvenuti, che già aveva conosciuto la pittura divisionista diffusa a Livorno da Plinio Nomellini, decide di sperimentare quella tecnica e scrive a Grubicy, inaugurando un'amicizia che diventerà fondamentale per entrambi e durerà tutta la vita. Sarà un affetto profondo trasmesso anche ai figli di Benvenuti: Vittore, che testimonia col nome il significato profondo di quell'incontro, ed Ettore che continua a nutrire amore filiale per entrambi dedicando, alla divulgazione delle opere dei due pittori, gran parte della sua vita.
... [continua nella prossima sezione]

Adolfo Wildt

Ritratto di Grubicy De Dragon (1922)

... [segue dalla sezione precedente]
L'ultimo, recente atto, è stata la concessione, in comodato, alla Fondazione, del ritratto marmoreo di Grubicy commissionato da Benvenuto, come omaggio postumo al maestro, ad Adolfo Wildt, uno dei maggiori scultori italiani negli anni tra le due guerre. L'allestimento dello spazio dedicato alla presentazione della statua (vedi figura sotto) disegnato dallo stesso Benvenuti, diventerà un punto di forza del percorso espositivo.
images/large/10B.jpg L'esempio di Ettore Benvenuti è stato seguito dalle famiglie di altri importanti artisti livornesi, che hanno deciso di donare alla Fondazione nuclei, anche importanti, di opere dei loro cari. Sono così entrate a far parte della collezione le scultore di Giulio Guiggi e Vitaliano De Angelis, i quadri di Osvaldo Peruzzi, Francesco Franchetti, Mario Ferretti Alberto Zampieri, Tullio Fancalanci, Renato Vigo.

I capolavori: Llewelyn Lloyd

Llewelyn Lloyd

Ritorno dai campi (1906)

olio su tela, cm 72,5x85

Oltre alle donazioni, anche gli acquisti arricchiscono continuamente la raccolta della Fondazione. Si tratta perlopiù di acquisizioni mirate e destinate a colmare alcune lacune con l'ambizione di fornire un quadro il più possibile completo dello sviluppo delle arti figurative a Livorno, da Fattori al Gruppo Labronico, agli astrattisti degli anni Cinquanta. Negli ultimi anni sono entrati a far parte della collezione tre importanti dipinti di Llewelyn Lloyd, Lodovico Tommasi ed Oscar Ghiglia ed una serie di acquetinte parigine di Alfredo .Ritorno dai campi, del 1906 rappresenta una tappa importante del percorso artistico di Lloyd all'interno del periodo divisionista, di cui fa parte anche un'altra tela del pittore labronico-gallese, Le gramignaie (colleziona privata), dipinta nello stesso anno (1906), nello stesso contesto ambientale (i dintorni di Antignano) e con i medesimi intenti formali. Opera di eccezionale qualità, Ritorno dai campi è il pezzo più importante acquisito negli ultimi anni dalla Fondazione per raccontare la storia pittorica della città nei primi decenni del Novecento divisionista e pulviscolare. Vi si avverte l'eco della pittura dei campi francese e più in generale del naturalismo europeo. Si ispira ai lavori di Jean- François Millet e di Jules Breton che hanno rappresentato il mondo del lavoro senza esaltarlo e che raggiungono la fama dando un'immagine quasi nostalgica del mondo rurale. Come Millet nell'Angelus (1857-1859), Lloyd illustra i ritmi immutabili che scandiscono la vita dei campi, in particolare il rientro, con i visi sempre lasciati nell'ombra per non tradire emozioni. E come Millet nelle Spigolatrici (1857), conferisce una certa nobiltà agli esponenti più poveri del mondo contadino. Con le figure di Jules Breton dei dipinti "Alla fonte" e "La sera" condivide invece l'andamento misero ma fiero, la sagoma allungata che si staglia sulla tela. Figlio di un mercante gallese e della livornese Giulia Bianchini, Lloyd fu allievo di Micheli e di Fattori ed ha lasciato due testi interessanti La pittura dell'Ottocento in Italia e Tempi andati, che aiutano a comprendere fatti e personaggi dell'ambiente artistico livornese e toscano del periodo a cavallo dell'Otto e Novecento, oltre al preziosissimo elenco delle opere da lui eseguite.

Lodovico, il più giovane dei Tommasi

Ludovico Tommasi

I calafati - Fuoco nella chiglia (1911)

olio su tela, cm 107,5x126

Un altro capolavoro legato al divisionismo, entrato recentemente a far parte della collezione è I calafati - Fuoco nella chiglia del 1911, forse il lavoro migliore, in assoluto, di Lodovico Tommasi, premiato all'Esposizione Internazionale di belle Arti di Barcellona. Fratello di Angiolo e cugino di Adolfo, il più giovane ed anticonformista dei tre Tommasi fu anche un eccellente violinista. Per alcuni anni fu assiduo frequentatore della cerchia culturale il Club della Bohème, che gravitava intorno alla figura di Giacomo Puccini a Torre del Lago, dove instaura rapporti con alcuni protagonisti delle avanguardie artistiche toscane. Quando la famiglia si trasferisce a Firenze (dove egli frequenta il Conservatorio) subisce la positiva influenza di Silvestro Lega. Studi dal vero e paesaggi caratterizzano il suo esordio nel mondo dell'arte, fino alla fine degli anni Ottanta, quando cerca di distaccarsi dalla formazione pittorica di tipo macchiaiolo per sperimentare uno stile personale, guardando alla corrente divisionista, sulla scia di Plinio Nomellini. Prenderà parte alle più prestigiose manifestazioni artistiche italiane e straniere e con il gruppo della "Giovane Etruria" e parteciperà alla Secessione romana del 1913, perseverando nella ricerca formale, Con I calafati siamo al culmine della svolta simbolista verso quel "paesaggio dell'anima" che rivela un'evidente vicinanza all'originale declinazione del linguaggio divisionista messa a punto da Plinio Nomellini nei primi anni del secolo, quando l'esempio dei maestri macchiaioli divenne modello ineludibile per l'elaborazione di nuovi linguaggi figurativi da parte dei giovani toscani. Particolarmente eloquente è il confronto con il dipinto di Nomellini Vespero a Torre del Lago, 1901, dove, oltre ad evidenti analogie di tecnica pittorica di marca divisionista, è presente una comune interpretazione in chiave simbolista del tema del lavoro. Altro paragone calzante può risultare quello fatto con gli effetti cromatici giocati sui rossi e gialli della Nave corsara, dipinta da Nomellini nel 1907. Un'edizione de "La nave" di Gabriele D'annunzio, con il frontespizio e la copertina dell'artista romano Duilio Cambellotti costituisce, infine, l'opera letteraria che verosimilmente ha stimolato questa produzione figurativa di ispirazione simbolista.

Oscar Ghiglia, il più grande

Oscar Chiglia

Natura morta con anthurium e pqrticolare de "Las Meninas" di Velàzquez (c. 1923)

olio su tavola, cm 55x41,1

L'ultimo importante acquisto della Fondazione, del marzo 2009, è stato il dipinto di Oscar Ghiglia Natura morta con anthurium e particolare de "Las Meniñas" di Velázquez (1923 c.) cm 55x41,5. Si tratta di un'importante natura morta del pittore livornese che riproduce (come un'altra opera realizzata da Ghiglia nello stesso periodo) un particolare di "Las Meniñas", il celeberrimo capolavoro di Velázquez conservato al Museo del Prado di Madrid (vedi figura sotto). images/large/10B.jpg E'questa un'opera molto significativa della produzione di Ghiglia, apparsa solo nel volume di Emanuela Angiuli, Oscar Ghiglia. Un mosaico di colori e di spazi. Ritenuto da molti critici il più importante artista livornese del Novecento, Oscar Ghiglia era per Modigliani l'unico artista presente il Italia in quel periodo. Con questo dipinto - dopo la fase sintetista del primo decennio del secolo elogiata da Modì e la crisi cezanniana del tragico intervallo della grande guerra - il percorso di Ghiglia sta attraversando una periodo di riflessione sulle tendenze di "ritorno all'ordine" che dominano la cultura figurativa italiana nel terzo decennio del secolo e che sfoceranno nel Gruppo del Novecento di Margherita Sarfatti. Aristocratico e schivo, Oscar Ghiglia condivide con il maestro e amico Fattori una predisposizione a pensare e dare struttura al dipinto attraverso il colore. Anche in questo caso il virtuosismo tecnico della natura morta in primo piano, si esprime con l'esaltazione cromatica. Il fiore rosso e carnoso, i riflessi verdi e trasparenti del vaso di cristallo e le pieghe blu contrastate del raso vivido posato sul piano fanno da vetrina alla costruzione meditata e alla ricerca intellettuale che si confronta con i grandi maestri della tradizione. E Diego Velázquez è uno dei più grandi. A lui si sono ispirati nel XIX secolo esponenti dei movimenti realista e impressionista, in particolare Édouard Manet. Ma anche artisti moderni, come Pablo Picasso, Salvador Dalí e Francis Bacon. Il grande pittore spagnolo rappresenta un modello anche per Ghiglia. Meniña, in portoghese " bambina", assunse il significato di "damigella d'onore" nella corte spagnola. Nel dipinto Las Meniñas, caposaldo del barocco europeo, viene dipinta l'infanta Margarita Teresa, figlia di Filippo IV di Spagna, circondata dalle sue damigelle, dalla sua nana e dal suo mastino, oltre che da altri membri della corte spagnola e dallo stesso Velázquez che si trova a sinistra, di fronte al suo cavalletto. Il gioco di piani e di specchi che permettono alle figure di oscillare tra l'interno e l'esterno magnetizza anche Ghiglia, che apre una finestra sullo sfondo del suo dipinto per riprodurre il volto dell'infanta di Velázquez.

Stampe antiche

Lebreton

Livourne-Debarquement d'une armèe francaise commandè par le Prince Napoleon (c. 1859)

Nel settore della grafica la Fondazione possiede una raccolta molto nutrita. In particolare, è presente un consistente nucleo di stampe antiche: immagini di Livorno - di cui alcune molto rare e preziose - con le sue mura, i palazzi, i canali e il porto, attraverso le quali è possibile ricostruire la storia e l'evoluzione della città e di parte del territorio provinciale, soprattutto l'isola d'Elba, tornando indietro nel tempo fino al secolo XI. Un corpus particolarmente interessante, di recente acquisizione, riguarda l'iconografia napoleonica. Per valorizzare questa raccolta, o completare alcune serie già presenti, periodicamente si procede, su suggerimento di esperti, all'acquisizione di esemplari di specifico interesse storico ed artistico.

Romanil

Battaglia ai Marengo (c. 1838)


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Un'acquaforte di Moses Levy

Moses Levy

Vecchio rabbino (1911)

acquaforte, cm 39,1x29,4

Nel 1911, al ritorno di uno dei tanti soggiorni a Tunisi, dove era nato nel 1885, Moses Levy, nella sua casa di Rigoli, nelle campagne pisane, produce le prime incisioni di ambienti orientali. Vecchio rabbino è una di queste. La padronanza del mezzo espressivo rivelata dal segno sciolto e l'intensità evocativa palesano un artista maturo nonostante l'età: ha solo venticinque anni. Nel solco della tradizione, tracciato dalla maestria di Fattori (di cui ha seguito i corsi alla Scuola di Nudo dell'Accademia delle Belle Arti di Firenze) e dalle esperienze figurative toscane è pronto a impadronirsi delle infinite opportunità espressive offerte dalla tecnica incisoria. A causa delle leggi razziali, Moses Levy deve lasciare l'Italia. Si trasferisce a Nizza, poi a Tunisi, Parigi, Firenze e a Viareggio morirà nel 1968. Continuerà il suo percorso artistico con l'affinamento dell'esperienza incisoria, ma anche con la produzione pittorica. Le spiagge di Viareggio, le sagome eleganti delle donne borghesi e la vivacità degli abiti africani, il movimento dei bambini, l'intimità di popoli diversi, saranno i protagonisti del suo colorato e mediterraneo inno alla vita.

Le acquetinte di Alfredo Muller

Alfredo Muller

Le Paturage (c. 1905)

acquatinta, cm 42x73,5

Nel 2008 è entrato nella collezione di opere d'arte della Fondazione un nucleo di 14 acqueforti dell'artista livornese Alfredo Muller (1869-1939), eseguite durante i suoi soggiorni parigini, tra il 1896 ed il 1914. L'acquisto costituisce un importante arricchimento per tutta la città perché era finora completamente assente dalle raccolte labroniche questo importante artista capace di aggiornare l'ambiente artistico cittadino sulle grandi novità che, negli ultimi decenni dell'Ottocento e nel primo del Novecento, venivano elaborate nella capitale francese. Si tratta di acquetinte policrome, per lo più di grande formato e di grande impatto visivo, di particolare pregio e rarità (due sono prove d'artista, una con annotazioni autografe di Muller), anche perché la tecnica utilizzata per stendere il colore, conferisce ai lavori uno status di opere uniche più che seriali.

Di Luigi Servolini 177 incisioni

Luigi Servolini

Natura morta con kaki (1928)

cromoxilografia, cm 24,8x22

La Fondazione possiede una collezione di opere di Luigi Servolini, artista livornese nato nel 1906 e morto nel 1981 che si dedicò anche agli studi della storia dell'arte (pubblicando oltre 40 volumi e circa duecento saggi) e che si distinse nella produzione di lavori d'arte incisoria, in particolare xilografici. Per integrare la propria collezione e per valorizzare la figura dell'artista, la Fondazione, nel 2003, ha acquistato dagli eredi 177 opere del maestro: 153 xilografie, dieci litografie, tredici serigrafie ed una stampa a mano. Coprono l'intero periodo della produzione dell'artista e sono, per la maggior parte, anteriori al 1945. Dopo l'acquisto, la Fondazione ha sponsorizzato l'allestimento della mostra Carlo e Luigi Servolini. L'arte il pensiero le tecniche, organizzata dal Comune di Collesalvetti, nel 2004. L'intento dell'ente è quello di favorire un percorso di approfondimento e di valorizzazione dell'opera di Luigi e Carlo Servolini, in particolare del secondo, di cui stato è appunto acquisito l'importante compendio di opere grafiche. Tra le incisioni presentate, anche Natura morta con kaki, (fig. 18) una cromoxilografia ad otto legni definita dall'autore un "effetto pittorico suggestivo e moderno di cromo xilografia occidentale, ottenuta con otto tavole (pero di filo) incise e sovrapposte nella stampa; in cui non solo contano le tinte locali, ma molte altre derivano dalle calcolate sovrapposizioni" A partire dal 1926, Luigi Servolini, appena ventenne, già coltiva da autodidatta l'arte della xilografica contribuendo alla sua rinascita moderna. Svolge anche l'attività di storico, affrontando il tema dell'incisione sul legno e riflettendo sulla tradizione europea travolta dal gusto per le stampe giapponesi e infine coltiva le sue inclinazioni letterarie scrivendo novelle su quotidiani. Nel 1928 riscopre la tecnica cromoxilografica a più legni (otto, ma anche dieci). Questo momento che vede la produzione Natura morta con kaki segna il passaggio "dal chiaroscuro alla moderna cromoxilografia", come lui stesso afferma. Servolini è affascinato dal colore della xilografia giapponese, dalla vivida policromia, ma anche dalla suggestione degli ori in polvere e degli argenti.

Osvaldo Peruzzi, l'"ultimo dei futuristi"

Osvaldo Peruzzi

Ideale cosmico

olio su cartone, cm 50x65

Anche se è nato a Milano nel 1907 da genitori toscani e qui è tornato per studiare ingegneria, dal 1908 Osvaldo Peruzzi è sempre vissuto a Livorno. Dopo la sua morte, nel dicembre 2004, la Fondazione ha ritenuto opportuno valorizzare l'opera di questo grande interprete dell'avventura futurista, forse non ancora sufficientemente noto ai livornesi. Ha promosso una serie di iniziative, compresa la stampa di una monografia di prossima pubblicazione e, dagli eredi, ha acquistato nove dipinti di Peruzzi. La collezione d'arte della Fondazione – composta in massima parte da opere di artisti dell'Ottocento e dei primi anni del Novecento – è stata così integrata con opere nuove del movimento futurista italiano. Nel 2008, le signore Stella Maria e Maria Cristina Peruzzi hanno donato alla Fondazione - per ringraziarla dell'interessamento - 43 lavori di Osvaldo Peruzzi. Aeropitture e aerei supersonici, geometrie cromatiche che hanno mantenuto Peruzzi giovane e futurista fino a novantasette anni, meritando le parole che scrisse Filippo Tommaso Marinetti nel 1941: "...Peruzzi uno dei giovani aeropittori futuristi più ricchi di stupefacente invenzione continua. Potenza eccezionale di aeropittore egli si impadronisce dell'infinito da lui geometrizzato vetrosamente e cristalloformamente a colpi d'intuito misterioso e quasi stregonico...".

Le sculture e la donazione De Angelis

Vitaliano De Angelis

Cariatide (1994-94)

Legno, h. cm 180

Il nucleo di sculture della Fondazione, ereditato dalla Cassa di Risparmi nel 1992, raccoglie alcuni bronzi e legni di Cesare Tarrini (Allegoria della vendemmia, Il pescatore, Busto di fanciullo, ecc), due lavori della L. Bedarida e una testa di bimbo di Guiggi. Negli ultimi anni il corpus si è consolidato con il bronzo di Antonio Manzi in memoria di Benvenuto Benvenuti e con il ritratto marmoreo che Adolfo Wildt eseguì in memoria di Grubicy e che è stato offerto in comodato da Ettore Benvenuti di cui abbiamo già parlato. Ma soprattutto con la donazione della famiglia di Vitaliano de Angelis, dodici opere tra le quali spiccano una Cariatide lignea degli anni '90 e un bassorilievo in gesso (vedi figura sotto), del 1950, memoria dei bombardamenti subiti dalla città di Livorno.
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Un nuovo museo ai "Magazzini" del Monte dei Pegni

Lo spazio espositivo all'interno della sede della Fondazione [Foto Roberto Zucchi]

La collezione sta diventando ogni giorno più importante e la Fondazione ha l'obbligo di conservarla idoneamente e valorizzarla. Per questo scopo è stato allestito all'interno della sede dell'ente, in piazza Grande, uno spazio espositivo idoneo che entro la fine dell'anno 2010 dovrebbe essere ultimato e aperto al pubblico. Un altro spazio espositivo destinato ad ospitare mostre temporanee ma anche manifestazioni ed eventi culturali, sarà realizzato nei locali dei settecenteschi magazzini del Monte dei Pegni, sugli scali del Monte Pio, un' importante struttura recentemente acquisita dalla Fondazione e attualmente in fase di restauro.


I Magazzini del Monte [Foto Roberto Zucchi]

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